

Una volta Max Mosley osò definire il Gran Premio di Gran Bretagna a Silverstone “una perfetta fiera di paese”. L’appellativo era volutamente denigratorio sia nei confronti dell’evento, spesso organizzato con superficialità, sia del tracciato, che necessita sempre di ammodernamento.
Silverstone è tuttavia uno dei circuiti più amati dai piloti. Sorge sulle ceneri di un aeroporto dismesso della Royal Air Force e confina con la sede della Jordan che lo considera quindi la pista di casa. Presenta curve molto varie che obbligano a trovare un bilanciamento perfetto della monoposto. Molto impegnativo è il primo tratto, con la rapida sequenza delle Maggotts e Becketts: un piccolo errore può condizionare il ritmo e far perdere decimi preziosi in un punto fondamentale. Il rettilineo degli hangar conduce alla Stowe, famosa per l’incidente del 1999 di Michael Schumacher che si fratturò entrambe le gambe finendo contro le barriere. Molto esigente anche il “complex”, nella parte finale, progettato su consiglio di Damon Hill negli anni ’90.
In teoria esiste un disegno alternativo del tracciato, proposto dal 2002 e mai realizzato per mancanza di fondi. L’obiettivo è quello di restituire credibilità ad una gara che ogni anno deve fronteggiare innumerevoli difficoltà, come il problema del traffico che congestiona, nel week-end di gara, tutte le zone circostanti. Imperdonabile anche la pericolosissima invasione di pista che si verificò nel corso della gara del 2003, quando un insano prete irlandese corse rischiosamente verso le vetture mostrando uno striscione che incitava alla lettura dei testi sacri.
La pioggia è spesso padrona: anche d’estate il clima capriccioso di Silverstone può dare vita ad improvvise e rapide precipitazioni che stravolgono completamente l’andamento della corsa, regalando un po’ di notorietà ai piloti altrimenti relegati nelle posizioni di rincalzo.
Analisi e grafica a cura di Vittorio Alfieri per Cascorosso.com
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